La vidi la prima volta nel ristorante principale del villaggio. Mi passò accanto con un piatto di insalata. Fui immediatamente colpito da quella particolarità che non poteva passare inosservata: aveva i capelli cortissimi, praticamente a spazzola, e rosa. La seguii con lo sguardo e la vidi passare sicura tra i tavoli. Raggiunse un tavolo con due posti e si sedette. Cominciò a mangiare la sua insalata, senza aspettare oltre. A quel punto pensai che fosse da sola, altrimenti avrebbe aspettato l’arrivo del suo commensale. L’avevo fissata a lungo, imbambolato, e dovetti sforzarmi per riscuotermi da quella trance. Presi qualcosa da mangiare a mia volta e raggiunsi un tavolo che mi avrebbe permesso di continuare ad osservarla. Perché tanta attrazione per quella ragazza? Non avrei saputo spiegarlo. Certo, era davvero una gran bellezza. Avrà avuto trent’anni o poco meno. I lineamenti erano fini e delicati e quel taglio e quel colore dei capelli mettevano in risalto la forma del suo viso e i suoi occhi, di un azzurro intenso e luminoso. Quando incrociò i miei occhi vidi che aveva uno sguardo diretto e penetrante. Volsi lo sguardo da un’altra parte, senza fretta, come mi se stessi guardando intorno. Lei era da sola in quel villaggio al mare, come me, del resto. Ma non volevo fare la figura del farfallone, che ci prova non appena vede una bella ragazza. Chissà perché era in quel villaggio. Io ero solo perché il mio era un viaggio di lavoro. Dovevo incontrare delle persone ad Hammamet, in Tunisia, per una intervista. Mi era sembrata una bella idea quella di appoggiarmi in un villaggio sponsorizzato da un famoso tour operator italiano. Avrei fatto la mia intervista e mi sarei goduto qualche giorno al mare, coccolato dal personale di un hotel a cinque stelle all inclusive, per di più con tante altre persone che parlavano la mia lingua. Ma lei, perché era da sola in quel villaggio? Il tour operator specificava che quell’hotel era particolarmente indicato per le famiglie. Se sei single e vuoi vivere qualche avventura, non diciamo che vuoi trovare l’anima gemella, ma semplicemente divertirti con spensieratezza, non scegli un hotel per famiglie. Cosa potrai trovare in un hotel così? Famiglie, bambini, uomini o donne sposate. Insomma, non proprio il massimo per un single che voglia divertirsi e rilassarsi per qualche giorno. Allora, perché? La mia curiosità crebbe molto di più quando vidi arrivare una ragazza dello staff di animazione che si mise di fronte al suo tavolo e le chiese qualcosa, probabilmente se poteva sedersi lì. Rammentai che quella era una serata particolare. Lo staff aveva dato indicazioni a tutti i villeggianti che avrebbero cenato al ristorante di vestirsi di bianco. A differenza delle altre serate, era stato servito un aperitivo e, dopo la cena, sarebbe seguito uno spettacolo di cabaret al quale, ovviamente, tutti eravamo invitati. I ragazzi dell’animazione si erano sparpagliati per il ristorante e si erano seduti al tavolo con gli ospiti. Era una pratica che avevo visto altre volte, un modo per esserci, per far sentire le persone coccolate. La ragazza dai capelli rosa le rispose “prego”, facendo un cenno con la mano che la invitava a prendere posto, e la ragazza dell’animazione, giovanissima, probabilmente ventenne, si sedette, con un piatto di riso, di fronte a lei. Non ero molto lontano da loro e quindi avrei potuto sentire la loro conversazione, se non avessero parlato sottovoce. Dalla risposta avevo inteso che la ragazza era italiana, e quindi sarebbe stato ancora più semplice carpire qualche informazione in più. Ma non ce ne fu modo: la ragazza dai capelli rosa si alzò lasciando a metà l’insalata, fece un accenno di sorriso e se ne andò. Ci rimasi male, non per la mancata occasione di ascoltare discorsi altrui, ma perché pensai a come doveva essersi sentita quella ragazzina dell’animazione. Certo, non poteva farsene una colpa: non era riuscita a spiaccicare nemmeno una parola. Però doveva certamente aver accusato il colpo. Finii di cenare e mi avviai verso il bar accanto alla reception per il mio ultimo caffè del giorno. Mi accostai al bancone e chiesi al ragazzo un espresso. Mi guardai intorno e vidi la ragazza dai capelli rosa seduta ad un tavolino in fondo al bar. Sola, ovviamente, intenta a giocherellare con una cannuccia in un bicchiere guarnito con piccole foglie verdi. Forse un mojito, pensai. Bevvi lentamente il mio espresso continuando a fissarla, ma lei non alzò lo sguardo nemmeno per un istante. Persa in chissà quali pensieri, ignorava totalmente tutto ciò che le stava intorno. In un tavolino accanto a lei una signora rideva fragorosamente, mentre in un altro tre persone parlavano amabilmente in italiano. Ospiti entravano e uscivano dal bar, ma lei non era lì. Lo spettacolo in programma non mi interessava, così, dopo una decina di minuti, mi avviai verso la mia stanza. Mi misi a letto a leggere sul tablet quello che era successo quel giorno in Italia e in quelle parti del mondo che mi interessavano, fino a quando decisi di concludere la giornata. Spensi tutto e mi addormentai. A volte capita che mi svegli di notte. Se ho bevuto tanto la sera prima, ho dei bisogni fisiologici da espletare. A volte il caldo o il freddo interrompono il mio sonno. Mi è capitato di essere svegliato da una zanzara fastidiosa. Quella notte mi svegliai apparentemente senza un perché. Rimasi sdraiato con gli occhi aperti, a fissare il soffitto, per una decina di minuti, cercando di capire che cosa mi avesse svegliato. Perché qualcosa mi aveva svegliato, di questo ero abbastanza certo. Fu a quel punto che con la coda dell’occhio scorsi un movimento alla mia destra, nel corridoio che portava dall’ingresso alla camera da letto e al bagno, che rimaneva sulla destra. “C’è qualcuno” pensai, con un po’ d’apprensione, devo ammetterlo. “Che faccio?” mi chiesi. Forse più per calmare il cuore che aveva cominciato a galoppare che per altro, pensai che potevo essermi sbagliato. È vero, le porte hanno una chiave elettronica che non penso sia impossibile hackerare. Ma la porta era subito dietro il muro del corridoio e non avevo sentito alcun rumore né visto la luce intensa del corridoio inondare l’ingresso.. La mia stanza aveva una piccola finestrella nel vano doccia, in alto, e una porta finestra nella mia stanza. Con un minimo di razionalità giunsi alla conclusione che non poteva essere entrato nessuno da lì. “Quindi?”, chiesi a me stesso. “Vado a vedere”, risposi prontamente. Mi alzai e mi affacciai nel piccolo corridoio, guardando a sinistra, verso la porta di ingresso. Ovviamente non c’era nessuno e la porta era saldamente chiusa. Allora volsi lo sguardo a destra, verso il bagno. La porta era socchiusa, ma da quella fessura non si vedeva nulla che non fosse il lavabo e parte del vano doccia, rischiarato debolmente dalla luce che filtrava dalla finestrella in alto. Feci un passo verso la porta e allungai la mano per aprirla completamente. Fu in quel momento che apparve, si, apparve, una ragazza che indossava una maglietta e un pantaloncino. Mi passò accanto. Accanto? Forse attraverso più che accanto. Mi voltai e la fissai mentre camminava lentamente verso la porta di ingresso. Avevo un amico che affermava di vedere gli spiriti. Si, spiriti, anime di persone defunte. Mi diceva che molto molto difficilmente potevi vederle a tu per tu, come se fossero di fronte a te. Il più delle volte le scorgevi con la coda dell’occhio, e quando ti voltavi per fissarle, svanivano. Io ero piuttosto agnostico rispetto a questa cosa. Non avevo mai visto nulla di soprannaturale e quindi non potevo affermare di crederci. Ma non potevo nemmeno affermare il contrario. Il mio amico era una persona fidata, uno che non voleva mettersi in mostra. Mi raccontava ogni tanto di cose che gli erano successe, ma non ne faceva vanto e nemmeno ne risultava spaventato. Mi raccontava, come fosse un debito di cronaca. E ora questa cosa. Qui, in Tunisia. In un villaggio vacanza. Non uscì dalla porta, gli passò attraverso. Rimasi attonito a fissare la porta. E poi, ecco di nuovo un riflesso traslucido. La ragazza che tornava indietro, attraversando nuovamente la porta chiusa. Mi si parò di fronte, ma probabilmente non mi vedeva. Aveva un viso familiare, qualcuno che avevo già visto da qualche parte. Era come concentrata su qualcosa, lo sguardo fisso, intenso, verso terra, davanti a lei. I capelli erano neri, a caschetto. Il corpo magro ma forte, probabilmente allenato. Venne dritta verso di me e, d’istinto, mi scansai per farla passare, come se ce ne fosse bisogno. Entrò nel bagno e si voltò, per tornare sui suoi passi. E in quel momento, quando la fissai per bene in viso, mi resi conto di dove l’avevo vista: la ragazza dai capelli rosa! Era lei, anche se i capelli erano diversi. Ma quell’espressione in viso, quegli occhi intensi, quel volto insieme dolce e deciso. No, non avevo dubbi, era proprio lei. Mi passò nuovamente accanto e attraversò la porta d’ingresso, questa volta definitivamente. Aspettai a lungo il suo ritorno, ma le aspettative furono deluse. Dopo una quarantina di minuti in cui ero rimasto impalato nel corridoio a fissare la porta, decisi di tornare a letto. Erano le tre del mattino e non sarei potuto andare da nessuna parte. Mi sdraiai e guardai il soffitto. Un miliardo di pensieri affollava la mente. Che cosa avevo davvero visto? Era stata un’allucinazione? Stavo ancora dormendo? Adesso potevo vedere anche io i fantasmi? Ma poi, era davvero un fantasma? Era sicuramente la ragazza dai capelli rosa, avevo pochi dubbi in proposito. Ma questo cosa significava? Era in grado di proiettare la sua essenza fuori dal corpo e andarsene in giro come un fantasma? O forse era davvero un fantasma, perché le era successo qualcosa? Poteva essere morta? Un mio amico buddista usava sempre un’espressione che mi aveva colpito: non morto, ma che aveva lasciato il corpo. Ecco, quell’espressione in questo caso era proprio appropriata. Le era successo qualcosa e aveva lasciato il corpo? A quell’ora non avrei avuto risposte, così mi rassegnai di aspettare le sette del mattino, quando il ristorante avrebbe aperto per le colazioni. Avrei potuto chiedere a qualcuno dello staff se era successo qualcosa. Dovevo pensarci bene, perché a chiunque sarebbe sorta spontanea la domanda: perché mi chiedi questo? Hai sentito o visto qualcosa? A parte il fatto di non voler raccontare quello che avevo visto davvero, c’era anche il rischio che se era successo qualcosa di grave, un crimine, chiedere a bruciapelo se era successo qualcosa quella notte sarebbe potuto risultare sospetto. Forse sono io che mi faccio troppi film in testa, ma ho imparato con l’esperienza che non sai mai come va a finire una storia di cui hai visto l’inizio. Una serie di domande, ipotesi, storie mi tennero compagnia sino alle sei e mezzo, quando decisi di fare una doccia e di prepararmi per andare al ristorante. Mentre percorrevo il vialetto diretto al ristorante pensai che mi sarei inventato qualcosa lì per lì, a seconda dell’interlocutore e delle sensazioni del momento. Presi un bicchiere di frullato di frutta, come tutte le mattine, e una brioche. Mi avviai verso un tavolo libero nella balconata che dava sulla piscina. Diedi uno sguardo distratto intorno a me e rimasi di sasso: seduta in un tavolino solitario c’era la ragazza dai capelli rosa che stava spiluccando da un piatto di frutta. Ci vollero un paio di minuti, credo, per riprendermi. Questa non me l’aspettavo davvero. Non che avessi sperato che le fosse successo qualcosa, anzi. Ma a questo punto le domande erano raddoppiate. E avevo un disperato bisogno di risposte. Così decisi di giocare d’azzardo. Avrei tentato il tutto per tutto, a costo di restare a bocca asciutta con tutte le mie domande a cui non avrei mai avuto risposta. Mi avvicinai al suo tavolo e le chiesi: “Scusami, non voglio importunarti, ma ho conosciuto una ragazza che ti assomiglia tantissimo, anche se era pettinata in modo diverso e volevo chiederti se hai cambiato pettinatura o se hai una gemella.”. Non so perché formulai quella domanda. Mi venne lì per lì, senza rifletterci, senza alcun motivo particolare. Lei mi fissò a lungo senza dire nulla. Fu… imbarazzante. Mi sentii un cretino per aver fatto quella domanda e a quel punto non sapevo bene cosa fare, se chiedere scusa e andarmene, se ripetere la domanda o se semplicemente riuscire a smaterializzarmi e scomparire dalla faccia della Terra. Prevalsero i sensi di colpa per essere stato uno stupido e così mormorai: “scusami, non volevo infastidirti”. Mi voltai e feci per andarmene. Ma lei a quel punto disse piano: “Aspetta, spiegati meglio. Siediti”. Mi sedetti di fronte a lei. Probabilmente ero rosso in viso come un pivello che fosse appena stato schiaffeggiato da un energumeno, perché sentivo la pelle del viso che scottava. Devo dire che non fece nulla per mettermi a mio agio. Mi osservò con quello sguardo indagatore, e con gli occhi che mandavano bagliori color ghiaccio. Dovetti resistere alla tentazione di alzarmi, scusarmi di nuovo e tagliare la corda. Quella parte di me timida, introversa e anche un po’ codarda sarebbe tornata in camera, avrebbe fatto la valigia, disdetto gli altri tre giorni di prenotazione, preso un taxi e un hotel ad almeno dieci chilometri di distanza. Ma resistetti. Presi coraggio e le raccontai quello che mi era successo, aspettandomi una grassa risata, qualche battuta sarcastica e uno “sparisci!” finale, giusto per chiudere quel tentativo penoso di rimorchiarla. Invece mi ascoltò e alla fine della mia storia fece un profondo sospiro. Cominciò il suo racconto. “Avevo una sorella gemella, Bea. Non so che cosa hai visto davvero, ma lei aveva davvero i capelli neri a caschetto e ci assomigliavamo tantissimo, al punto di poterci scambiare senza che nessuno se ne accorgesse. Forse proprio per questo a vent’anni decidemmo di comune accordo che dovevamo distinguerci. Così lei tagliò i capelli a caschetto mentre io li tenni lunghi fino a metà schiena. Tre anni fa decise di venire qui, in questo villaggio, per trascorrere un paio di settimane con Giorgio, il suo ragazzo. Non abbiamo mai saputo davvero che cosa accadde, ma a metà della loro vacanza ci telefonò il consolato avvisandoci che c’era stato un incidente. Non vollero dirci di più al telefono, ma ci dissero che avevano organizzato un trasferimento fino a Tunisi in modo che potessimo raggiungere Bea. Sarebbero potuti andare due familiari. Ovviamente mio padre e mia madre si organizzarono per andarci loro. Eravamo davvero molto preoccupati, perché nessuno ci aveva spiegato che cosa fosse successo davvero. Come sta Bea? Si è fatta male? È all’ospedale? Insomma, voglio fartela breve. Non si è mai saputo come e perché ma avevano trovato il corpo di Bea sulla spiaggia all’alba del 22 luglio 2022. La morte risaliva alla sera precedente, dissero per annegamento. Ma il corpo era rimasto in mare tutta la notte e, a quanto pare, non c’erano evidenze che potessero far pensare a un atto violento. Parlarono subito di incidente e chiusero la cosa così. Pare che Bea avesse avuto una discussione con Giorgio due giorni prima dell’incidente. Una discussione così accesa che lui aveva deciso di lasciare l’hotel il giorno prima. Da quello che ci hanno detto, Giorgio aveva preso una stanza in un hotel a Nabeul. Ma nessuno è stato in grado di verificare se la notte in cui Bea morì lui fosse davvero in quell’hotel o con lei. I miei genitori lo avevano sempre stimato molto, trattandolo più da figlio che da genero. Così, quando lo videro in lacrime nella stanza mortuaria di quell’ospedale di Tunisi, non ebbero alcun dubbio: era stato un incidente. Io non so… Forse perché sono diffidente per principio, forse perché a me Giorgio non è mai davvero piaciuto, forse perché sono convinto che Bea avesse la testa così a posto da non poter avere un incidente. Ma tanto tutti questi dubbi non sono serviti a nulla. I miei accettarono le conclusioni delle autorità tunisine e chiusero così la faccenda, in una bara insieme al corpo di mia sorella. Tagliai i capelli a zero per il dolore e non uscii da casa per tre mesi e mezzo. Avevo perso una parte di me. Sai, dicono che i gemelli hanno un legame speciale, che possono sentire quello che prova l’altro quasi fossero costantemente in collegamento. Io non avevo mai provato queste sensazioni e pensavo che fossero leggende metropolitane. Ma quando Bea morì, sentii morire anche una parte di me stessa. Non so perché ho deciso di venire qui, dove mia sorella ha perso la vita. Forse mi aspettavo di sentire in qualche modo la sua presenza, o di sentire qualcosa che mi avrebbe dato delle risposte. O forse dovevo incontrare te, non so. Hai qualche risposta per me?” Rimase in silenzio a guardarmi. Ma io non avevo risposte da darle. O forse non ancora.
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